Il controluce
Non bisogna credere ai manuali quando dicono che bisogna sempre avere il sole alle spalle. A volte le foto più belle sono proprio quelle in controluce!
Una bella immagine mostra un senso di profondità, di rilievo, una che giudichiamo brutta è di solito piatta, senza quelle ombre che regalano quel gradito effetto di plasticità. E allora, ecco: la strada maestra per raggiungere un risultato valido, per valorizzare per davvero l'aspetto emozionale di una ripresa, è senza dubbio quella di scattare in controluce. Di cosa si tratta è presto detto: nel controluce le ombre del soggetto appaiono proiettate verso il fotografo. È una soluzione di ripresa che intimorisce un poco i principianti e non a torto, visto che un po' tutti i manuali di istruzioni raccomandano di non avere fastidiosi raggi di luce nell'obiettivo. E ancora: si sa che inquadrando ampie zone d'ombra succede che gli automatismi della fotocamera prendono in eccessiva considerazione le parti scure della scena, generando di conseguenza risultati fotografici troppo chiari, slavati, insomma deludenti. Ebbene, in queste pagine sosteniamo proprio il contrario. Consigliamo infatti di andare contro le regole consolidate: bisogna tentare il controluce. Oggi non è soltanto un genere di ripresa realizzabile con sicura efficacia, è anche attuabile con disinvoltura, soprattutto perché ci si può appoggiare ad alcuni miglioramenti tecnologici.
L'esposizione
Calore e atmosfera. L'illuminazione controluce ha un pregio: accentua molto il senso di rilievo, valorizza i profili, crea atmosfera, proprio al contrario di un raggelante colpo di flash. Può essere adoperata in modo vantaggioso anche nelle foto di documentazione, come in questo scatto a un organista.
Si sa che la combinazione di due fattori, quello dell'apertura del diaframma dell'obiettivo e quello della durata del tempo di esposizione, decide la quantità totale di luce che entra nella fotocamera. È la luce che in definitiva realizza la fotografia, è l'esposizione fotografica. Come si fa a stabilirne i parametri? Per conoscere i valori da impostare, il fotografo si affida all'esposimetro che è un dispositivo, abitualmente posto all'interno della macchina, che dispone di una cellula, o di un gruppo di cellule, che legge la luce riflessa dalla scena e, secondo una logica predisposta in fabbrica, fornisce i dati necessari. Spesso li trasmette direttamente all'automatismo di esposizione, incorporato. All'apparenza, dunque, tutto il processo è molto semplice. Ma cosa legge l'esposimetro? Se misura prevalentemente aree molto scure, come sono le zone in ombra, produce foto troppo chiare. Se invece si fa abbagliare da una luce molto forte, come può essere un riflesso accecante specchiato in un laghetto, ecco che la fotografia risulterà eccessivamente scura, i dettagli in ombra si chiuderanno in un buio impenetrabile. In breve, per un'efficace ripresa occorre una taratura equilibrata, una lettura prevalentemente puntata su di un'area di grigio medio, insomma occorre buon senso. Sappiamo tutti che i progettisti hanno cercato, in svariati modi, di rendere "intelligenti" le fotocamere di ultima generazione, ad esempio hanno fatto ricorso alla tecnica dell'esposizione multizonale. Questa è una metodologia semplice da descrivere ma non è così elementare da realizzare in concreto; è basata su di una griglia di cellule orientate a coprire aree diverse della scena inquadrata. I loro segnali vengono elaborati da un software, nella fotocamera, capace di pesare l'influenza fotografica di ogni superficie, secondo molti parametri, anche ingegnosi. Ad esempio, dà maggiore peso al valore fornito dalla cellula posizionata sul punto del soggetto corrispondente alla migliore messa a fuoco (un'informazione fornita dall'autofocus della fotocamera); oppure azzera l'influenza di una luce eccessiva, come quella di un riflesso o magari del sole, che raggiunga il sensore e superi una soglia elettronica predeterminata. Le variabili sono molte. Non c'è dubbio che, in buona misura, molte fotocamere moderne si possano davvero dire intelligenti nelle loro valutazioni. I miglioramenti tecnologici hanno portato a una conseguenza di grande rilievo: oggi non si ha più paura di scattare fotografie anche quando ci si trova in condizioni di ripresa universalmente ritenute molto difficili. Il suggerimento diventa quindi quello di osare, quello di scattare sempre, quello di fidarsi degli automatismi. Di più: non si deve dimenticare che, operando con fotocamere digitali, un pregio rimane quello di poter verificare i risultati con immediatezza, sul visualizzatore della fotocamera.
Tecnologia in evoluzione
Senza antiriflesso. Un veliero davanti a Taormina, nel golfo di Naxos. La luce ambiente intensa e parzialmente in controluce si è riflessa tra le lenti dell'obiettivo, provocando un effetto velo vistoso che ha ridotto la nitidezza dell'intera scena
Con antiriflesso. Lo stesso soggetto, con riduzione del riflesso tra le lenti dell'ottica. Il miglioramento è molto evidente. Il trattamento antiriflesso a strati multipli viene ora applicato anche sulle lenti posteriori di alcuni obiettivi di pregio.
Nel mondo della fotografia stanno avvenendo considerevoli trasformazioni. Una, importantissima, riguarda i trattamenti antiriflesso. Tutti abbiamo notato che le lenti degli obiettivi fotografici hanno tonalità azzurrine, verdi, magenta. Sono proprio i colori che indicano la presenza di sofisticati trattamenti a strati multipli, depositati in funzione antiriflesso sulla superficie esterna delle lenti. Aumentano la trasparenza del vetro, per mezzo di sofisticate lavorazioni sotto vuoto. Questo trattamento multicoating, come viene definito in inglese, fa miracoli. È stato, ed è ancora, davvero decisivo per consentire la progettazione di ottiche zoom caratterizzate da un elevato numero di lenti. Ma non è finita. Nelle fotocamere digitali infatti, la sostituzione della pellicola con il sensore, il quale per sua natura presenta una superficie fortemente specchiante, ha introdotto un'ulteriore difficoltà. È quella rappresentata dalle riflessioni parassite: vengono rimandate, dal sensore, verso la superficie posteriore delle lenti dell'obiettivo. La luce parassita, diffusa, ha così un effetto deleterio sulle immagini. Riduce, fortemente, il contrasto delle fotografie. Non è, quindi, pericolosa soltanto perché può fare comparire riflessi fastidiosi; lo è perché vela i colori e i dettagli. I progettisti, accertata l'esistenza di questo problema, hanno varato drastici rimedi; quello più semplice è teso a ridurre la riflettività delle pareti interne della fotocamera. Sono state usate vernici nere, opache e non lucide, a volte con effetto vellutino. Ma c'è di più. La soluzione più sofisticata, che ultimamente si è dimostrata straordinariamente efficace, anche se costosa, è quella di applicare un trattamento antiriflesso multistrato anche alla superficie posteriore delle lenti. Lo scopo è evidente: favorire l'uscita, dall'obiettivo, dei riflessi dannosi. Sostanzialmente, fa in modo di non intrappolare luci parassite nel corpo delle macchine. Con gradualità viene applicata, negli ultimi tempi, sulle ottiche di più recente progettazione e di maggiore pregio.
Osiamo l'impensabile: un colpo di sole
Il sole, in automatico. In alcune occasioni, ad esempio quando il sole è al tramonto o è filtrato da foglie o rami, il controluce diretto è più facilmente realizzabile. È spesso, come in questo caso, spettacolare. I fotografi esperti hanno l'abitudine di misurare l'esposizione con una lettura spot, puntata sulla parte chiara del cielo (non sul sole). Ma anche gli automatismi delle fotocamere moderne se la sanno cavare molto bene, come dimostra questo tramonto in un bosco in Trentino.
Quando si scatta in controluce si lavora con un'illuminazione che è rivolta verso se stessi, che cioè in qualche modo viene "contro" il fotografo. È sempre molto efficace. Ma poiché l'entusiasmo dei fotografi non conosce confini, ecco che questa condizione di ripresa può essere portata all'estremo: nella scena viene addirittura compreso il sole. Si tratta di un tipo di fotografia che un tempo era un virtuosismo per esperti ma che oggi, soprattutto con le fotocamere digitali, non è di difficile attuazione, grazie a due particolarità. La prima: il trattamento antiriflessi delle ottiche, proprio per via delle esigenze del digitale, è stato grandemente migliorato rispetto al passato. La seconda: i sistemi esposimetrici dispongono di livelli di soglia che, raggiunto un limite predefinito, hanno un comportamento speciale. Infatti quando misurano sorgenti di illuminazione particolarmente intense tagliano i valori che hanno un livello eccessivo. Così, normalmente, non sbagliano nel misurare l'esposizione, anche se si trovano in situazioni di controluce estremo. Ne è derivata una conseguenza interessante: anche se si inquadra il sole, accade normalmente che una fotocamera digitale riesce oggi a fornire comunque un'efficace fotografia, registrando i dettagli con efficacia. Insomma, non ci sono più scuse per nessuno: scattare un controluce non solo è possibile, ma è più facile di ieri.
Proteggiamo occhi e macchina!
Se il sole è filtrato da alcuni soggetti interposti tra il sole e il fotografo si può creare l'effetto assolutamente piacevole dei raggi, come nel dettaglio qui riportato.
La luce del sole che entra nell'obiettivo può danneggiare i sensori delle fotocamere, non soltanto l'occhio del fotografo. Scattando un controluce al sole, inquadrate ed operate rapidamente. Il problema non riguarda però le fotocamere reflex, il cui sensore (protetto dall'otturatore) è esposto alla luce solo per il breve periodo dello scatto. In questo caso ci si può preoccupare solo degli occhi e non del sensore. Nella maggior parte delle compatte, invece, il sensore è sempre attivo e serve, prima dello scatto, per catturare le immagini da inviare al mirino digitale.
Sicuramente non esistono dubbi sul fatto che la ripresa in controluce sia di gran lunga più affascinante di quella in favore di sole, più rassicurante della prima. Ma persino i fotografi più smaliziati avanzano comunque alcune perplessità. La prima: possono esistere pericoli? Non vogliamo certo scoraggiare nessuno, ma diciamo subito di sì. Due difficoltà vanno considerate attentamente. La prima consiste nel rischio di danneggiare se stessi, ma è reale solo e soltanto in un caso: se si inquadra con una fotocamera reflex e si punta direttamente al sole. Se l'obiettivo è regolato in posizione di infinito, non c'è dubbio che un fascio di luce focheggiato sulla rètina sia ustionante! L'altra difficoltà, analoga, è di danneggiare il sensore digitale bruciando, letteralmente, alcuni pixel. E allora ecco qualche consiglio. In riferimento alla prima ipotesi si deve, semplicemente, sempre usare grande attenzione e prudenza. Quanto al secondo caso, l'accorgimento da adottare è semplice: se davvero si vuole includere il sole nell'inquadratura, lo si faccia pure, ma in tal caso ci si sforzi di inquadrare con la massima rapidità. In due parole: non bisogna attardarsi, quando si inquadra una scena. In pratica il fotografo dovrà cercare di immaginare, a priori, il risultato fotografico. Poi solleverà la fotocamera, inquadrerà in fretta, scatterà e sposterà subito la macchina. Il sole non dovrà avere il tempo di surriscaldare, e bruciare, i pixel così abbagliati.
Riflessi e fotoritocco: un baffo di luce
Due scatti, prima e dopo la cura. L'intervento correttivo per spegnere i riflessi è stato attuato agendo sulla funzione di Tonalità / Saturazione, in modo da abbassare l'influenza dei colori indesiderati.
Volete scattare a un soggetto riflettente, o magari addirittura al sole? Fate bene. Però, sappiate che dovrete aspettarvi la comparsa di riflessi indesiderati. La colpa, in questo caso, va equamente distribuita tra: la superficie troppo specchiante delle lenti, la lucidità delle lamelle del diaframma, l'effetto specchio del sensore, la riflessione data dalle pareti interne della fotocamera. I riflessi appariranno in fotografia come baffi di luce, spesso iridescenti; oppure come figure geometriche colorate che ripetono la forma e il numero delle lamelle del diaframma. Oggi, la loro presenza è normalmente accettata da chi ammira le fotografie. Ma in qualche caso succede che il fotografo si chieda se non esistano rimedi davvero efficaci per contrastare l'invadenza di queste fiammate luminose. La risposta è positiva. Va tuttavia molto al di là del consiglio, scontato, di adoperare sempre sull'obiettivo un efficace paraluce. Si può intervenire, infatti, anche con qualche operazione di fotoritocco. La procedura più semplice crediamo sia quella di ingrandire a video la zona interessata, di attuare poi una selezione del riflesso, di scegliere una funzione che sia (in un programma come Adobe Photoshop) ad esempio la successione di comandi di Immagine / Regolazione / Tonalità-Saturazione. Così, una volta aperta una finestra di variazione colore, ecco che si potrà scegliere la tinta del riflesso e, tramite fotoritocco, abbassarne drasticamente la saturazione. Il procedimento sembra un po' lungo da spiegare, a parole ma, attuandolo, si rivelerà semplice da mettere in pratica. E soprattutto sarà molto efficace nel nascondere le imperfezioni.