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A polso fermo

Per ottenere una foto chiara e pienamente soddisfacente, la tecnologia mette a nostra disposizione sofisticati sistemi di controllo per scongiurare il temuto "effetto mosso".

Lo sappiamo tutti: l'obiettivo fotografico può anche essere qualitativamente il migliore, ma la nitidezza di una foto può risultare ugualmente non soddisfacente. Perché? La colpa, di solito, è del mosso. Non ci riferiamo a quella indeterminatezza che è generata dal movimento rapido, da un soggetto che non riesce a essere davvero ‘bloccato' da un veloce tempo di scatto; l'avversario, in questo caso, è più subdolo: è il micromosso originato dall'instabilità del polso del fotografo. Urge un rimedio: di solito, un valido treppiede. Ma, siamo sinceri, quante volte l'abbiamo al seguito? E con le fotocamere digitali compatte siamo davvero capaci di rimanere immobili mentre inquadriamo? Non è facile, specie se osserviamo la scena sul visualizzatore e con la macchina che non è appoggiata al viso. Di più: anche con le reflex, specie scattando la sera, senza flash, oppure al crepuscolo per suggestive foto in luce ambiente, le difficoltà sicuramente sono significative. Raramente è possibile appoggiarsi al palo di un segnale stradale, o a un altro appoggio, per migliorare la propria stabilità. Le occasioni di ripresa possono essere tanto più suggestive quanto più la luce è scarsa, ma sappiamo che fanno crescere in modo più che proporzionale le difficoltà. I progettisti per questo hanno trovato una soluzione brillante: lo stabilizzatore antivibrazioni.

Uomo di polso...

Notturno non stabilizzato (all'estrema sinistra) e notturno stabilizzato (a fianco): due scatti a confronto, eseguiti a mano libera in condizioni di luce davvero molto scarsa.

Lo stabilizzatore rileva ogni piccolo spostamento e lo contrasta, ad esempio muovendo in direzione opposta alcune lenti dell'obiettivo, oppure il sensore dentro la fotocamera. Ha una reazione immediata, efficacissima, inoltre ha il pregio di rendere salda anche la mano più tremolante. Tra appassionati di fotografia a questo punto ci si può anche chiedere: ma la mia mano sarà più o meno stabile della tua? La risposta a questa curiosità l'hanno data ufficialmente prima i progettisti di Panasonic, lavorando a un sistema antivibrazioni a spostamento di lenti, e poi quelli di Sony, che invece hanno elaborato un progetto originariamente di Minolta, basato sullo spostamento del sensore. Studiando l'instabilità fisiologica della mano dell'uomo, entrambi i gruppi sono giunti alla conclusione che l'oscillazione più evidente si ha intorno a frequenze di 4.000 Hz. Su questa base hanno preparato il software, con effetti sorprendentemente efficaci. Possiamo confermare che ci è accaduto di scattare, a mano libera, anche una posa di un secondo intero, con ottimi risultati.

Le occasioni di impiego

Scatto notturno effettuato con fotocamera digitale, sensibilità 100 ISO, obiettivo grandangolare, posa di 1 secondo a mano libera, resa possibile grazie all'uso dello stabilizzatore incorporato.

Lo stabilizzatore interessa sicuramente i fotografi sportivi e quelli naturalisti, anche se i campi d'azione sono differenti e l'utilità è dunque legata a motivi diversi. La fotografia sportiva inquadra soggetti che si muovono molto rapidamente, quindi richiede di norma tempi di otturazione molto rapidi, i quali comportano l'indubbio pregio di neutralizzare facilmente le oscillazioni della mano del fotografo e quindi rendono meno indispensabile la presenza di uno stabilizzatore. Il dispositivo antivibrazioni svela però notevoli doti quando si adoperano superteleobiettivi, quella principale consiste nel fatto che esso consente di adoperare potenti supertele anche a mano libera. Questa accresciuta manovrabilità, facilitata dallo stabilizzatore, ha aperto nuove strade anche ai fotografi naturalisti, soprattutto a quelli che, nella penombra di quel sottobosco che è sempre un terreno difficile per i fotografi, sono spesso alle prese con soggetti molto elusivi. Accanto ai fotonaturalisti schieriamo subito anche numerosi fotoreporter: la fotografia rubata, sempre più colta al volo, è una disciplina nella quale sono tradizionalmente maestri parecchi fotografi italiani.

Dove e perché

Il pullman si ferma per un attimo, il motore vibra e non si può installare un treppiede: con lo stabilizzatore si esegue una foto, con un tempo lento, perfettamente leggibile.

Tutti sanno che quando si utilizza un binocolo per osservare una scena non è facile tenerlo fermo; analogamente, si dà per scontato che adoperando un teleobiettivo si vada dunque incontro a un'analoga difficoltà. Pochi però fanno un ragionamento opposto, quello che porta a capire che adoperando una focale corta, cioè un grandangolare invece di un teleobiettivo, accade esattamente l'inverso: l'ingrandimento si riduce e proporzionalmente calano i rischi di mosso. È una soluzione molto cara ai fotoreporter, che sanno bene che con i grandangolari possono fotografare con tempi anche molto lenti senza essere costretti a usare l'innaturale luce del flash. Adoperare un grandangolo che abbracci una scena su ben 90° di angolo di campo può certamente essere vantaggioso sul piano compositivo ma non deve far dimenticare che, contemporaneamente, apre la strada alla possibilità di scattare, con successo, con un tempo anche soltanto di 1/15s; rende più facile di quanto si pensi operare in condizioni di ripresa fotograficamente difficili, in presenza di luce molto scarsa. La nascita dei dispositivi stabilizzatori ha esaltato ulteriormente proprio questo vantaggio e ha aperto occasioni fotografiche fino a ieri impensate. C'è di più. Queste soluzioni sono oggi di interesse ancora più grande: infatti le fotocamere digitali, in particolar modo quelle compatte, sono equipaggiate con sensori piuttosto piccoli e, di conseguenza, vengono sistematicamente dotate di obiettivi di focale corta. Ne deriva che, di per sé, sopportano piuttosto bene l'uso di tempi di otturazione lenti. Se poi a questo fatto si aggiunge la presenza di un dispositivo stabilizzatore, ecco che il cerchio si chiude: scattare con successo, con tempi davvero lenti, diviene molto più facile e si aprono nuove opportunità di ripresa, anche nel settore delle fotocamere digitali compatte. In ogni caso, un efficace sistema antivibrazioni è ormai una "marcia in più" che giudichiamo irrinunciabile nelle fotocamere digitali più moderne.

Ma quanto stabilizzi?

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Autunno in Trentino, in Val di Fiemme: uno scatto non stabilizzato (il primo) e un altro stabilizzato (il secondo). L'antivibrazioni consente di operare anche a crepuscolo avanzato (sensibilità 400 ISO e lunghi tempi di scatto).

Secondo i manuali di istruzione, ogni nuovo dispositivo è mirabolante. E il fotografo si chiede , con professionale scetticismo, se le promesse tecnologiche saranno davvero mantenute "sul campo". Ebbene, confermiamo che è tutto vero e che un valido sistema antivibrazioni permette di rallentare considerevolmente il tempo di otturazione. A titolo di esempio, possiamo dire che i manuali tecnici raccomandano sempre di adoperare almeno il tempo di 1/125s, allo scopo di scattare agevolmente - operando a mano libera - una foto sicuramente non mossa. Attivando lo stabilizzatore il vantaggio cresce considerevolmente, il limite si sposta a 1/15s o anche 1/8s. Un risultato che merita attenzione perché apre inconsuete opportunità di ripresa. Possiamo dire di avere scattato con successo, a mano libera e con il tempo "lento" di 1/60s, anche con un supertele da 600mm. È questo un risultato rilevante per una fotografia portata al limite: fino a ieri, un risultato considerato irraggiungibile anche da fotografi esperti. L'introduzione di una stabilizzazione ottico-elettronica assume molta importanza anche nel settore delle fotocamere digitali compatte, quelle per fotoamatori in vacanza. La prova è l'entusiasmo crescente con cui tutti i produttori hanno introdotto, proprio su questi modelli, efficaci dispositivi antivibrazioni.

Un po' di storia: foto stabili dagli anni ‘60

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Taormina, foto di mattina in pieno sole (prima foto) e foto notturna (seconda foto), a mano libera, con stabilizzatore. Entrambe con fotocamera digitale tascabile, dotata di antivibrazioni.

La prima a utilizzare un sistema di stabilizzazione è stata la giapponese Canon, la quale, nel 1965 ha realizzato un mini soffietto chiuso tra due vetri ottici e riempito con un liquido con adatto indice di rifrazione. I vetri, inclinandosi uno rispetto all'altro grazie ad attuatori elettronici, realizzano così un prisma variabile capace di compensare oscillazioni indesiderate. Anche la tedesca Carl Zeiss, all'epoca, realizzò una propria soluzione strettamente meccanica basata su prismi oscillanti su bilancieri all'interno di un binocolo 20x60. Una soluzione adatta a navigatori di lungo corso, o ufficiali affacciati alla torretta di un carro armato. Con il tempo, i minori costi dell'elettronica hanno però brillantemente superato ogni aspettativa. Un vero giro di boa si è avuto quando Canon ha proposto il suo sistema IS (Image Stabilizer), seguita con qualche ritardo ma indubbia efficacia da Nikon VR, Sigma OS e Panasonic Mega O.I.S.. In tutti i casi si è trattato di soluzioni "spaziali", basate su due micro-giroscopi montati nell'obiettivo e lanciati ad alta velocità di rotazione, perciò tendenzialmente stabili nello spazio. Questi meccanismi si oppongono a ogni oscillazione del fotografo e generano di conseguenza una corrente elettrica, proporzionata ai loro spostamenti, usata poi per comandare delle elettrocalamite. Tale sistema è adoperato per spostare trasversalmente, in alto-basso e destra-sinistra apposite lenti nell'ottica, in modo che ogni raggio di luce che risulti deviato in modo anomalo venga subito corretto e riportato in asse. Ogni vibrazione è dunque annullata. Il sistema si è dimostrato molto valido ma ha naturalmente un vincolo: obbliga a una specifica progettazione dello schema ottico. C'è dell'altro: Minolta prima, Sony e Pentax poi, hanno giocato la carta "Antishake" basata sul concetto di muovere non le lenti dentro l'obiettivo, bensì direttamente il sensore all'interno del corpo macchina. Con un risultato davvero brillante: quello di rendere stabilizzato l'intero corredo di obiettivi, quelli nuovi e quelli di un tempo.

Qualche accorgimento importante

Attenzione alle batterie

Uno stabilizzatore, sia che operi spostando le lenti dell'ottica o che muova il sensore della fotocamera, opera tramite elettricità. Questa alimenta anche i giroscopi di riferimento. Ecco perchè quando lo si accende aumenta il consumo delle batterie della macchina.

Sempre attivo oppure no?

Nell'attimo in cui si accende lo stabilizzatore o quando si preme parzialmente il pulsante di scatto, l'immagine appare ben stabilizzata anche nel mirino o sul visualizzatore della fotocamera. È un pregio che permette, specie con i superteleobiettivi, di inquadrare il soggetto con maggiore precisione. Questo fatto non è per ò comune a tutti gli apparecchi. Alcuni, ad esempio quelli reflex che stabilizzano muovendo il sensore, agiscono in modo antivibrante solo "durante" lo scatto e non permettono quindi una valutazione preventiva dell'avvenuta stabilizzazione. Questa soluzione, che per molti versi è scomoda ma che ha il vantaggio di consumare meno la batteria, è stata adottata in alcuni casi come personalizzazione alternativa.

Pericolo freddo

È affidabile lo stabilizzatore? La risposta normalmente è positiva. Segnaliamo però la necessità di proteggerlo da sollecitazioni estreme. Ad esempio si possono verificare inconvenienti nel caso si dia luogo a indesiderati effetti di condensa che si possono verificare entrando d'inverno in un rifugio riscaldato dopo essere stati all'aperto a temperature sottozero, e poi uscendo nuovamente. Ci è accaduto, con un 75-300mm stabilizzato ma portato a -20°C su di una pista di sci, di vedere esaltate, anziché ridotte, le vibrazioni e l'effetto mosso. Riportando l'ottica a circa zero gradi, è ripreso un funzionamento corretto.

Il treppiede

Con macchina e obiettivo su treppiede, la stabilizzazione non serve. Anzi, può essere dannosa e creare un leggero effetto "blur". Va quindi esclusa. Qualcuno, come ad esempio Nikon per il suo sistema VR, ha provveduto a fornire un interruttore automatico.

Occhio al panning

Il panning è la tecnica che prevede che lo scatto avvenga, con un tempo d'otturazione relativamente lento, mentre si segue il movimento del soggetto. La fotocamera si muove quindi a "velocità relativa zero": il soggetto appare fermo, lo sfondo risulta volutamente mosso e dà l'impressione dell'azione in corso.Lo stabilizzatore per ò, percepisce il movimento del fotografo e cerca di contrastarlo, opponendosi quindi alle sue intenzioni. Per evitare questo inconveniente, occorre spegnerlo, oppure adoperare un obiettivo con comando antivibrazioni commutabile in posizione Image 2 (per Canon) o Mode 2 (per Sigma), prevista proprio per consentire il panning in quanto contrasta soltanto le oscillazioni verticali. Nikon, in alcune ottiche stabilizzate (VR) ha incorporato un sensore che attua da sé questa variazione di modalità di scatto.

Diverse vibrazioni

La stabilizzazione può essere calibrata in fabbrica sull'oscillazione della mano umana. Qualche costruttore di macchine fotografiche, ha previsto anche il caso di oscillazioni secche ed estese: quelle ad esempio di un veicolo da fuoristrada. Chi si cimenta in un fotosafari in Africa tenga presente anche questa opportunità.

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