< Sfoglia le altre lezioni della settimana >

Messa a fuoco di precisione

Uno dei segreti per realizzare un'ottima foto risiede nella messa a fuoco, che può essere considerato il momento in cui il fotografo inizia a personalizzare la sua "opera"; ma non illudiamoci, il moderno autofocus non è sufficiente.

Una fotografia di solito è ben riuscita se rispetta alcuni parametri fondamentali. Il primo è la corretta esposizione, data da un'opportuna scelta dell'apertura del diaframma dell'obiettivo e del tempo d'otturazione, che tra l'altro è il parametro che decide dell'effetto mosso; il secondo è quello della giusta messa a fuoco, ovvero la regolazione perfetta della scala distanze dell'obiettivo. Anche in questo caso, si dice spesso che basta affidarsi agli automatismi, in particolare all'efficacia dei sistemi autofocus. Ma è davvero così? Sì e no: sì, perché sulla precisione degli autofocus, dispositivi ormai ampiamente evoluti, non si discute; no, perché comunque si deve sempre tenere conto di un aspetto fondamentale: spetta al fotografo decidere quale sia la parte del soggetto che deve essere messa a fuoco al meglio. È ampiamente noto che nella fotografia di ritratto, ad esempio, è normalmente d'obbligo regolare la messa a fuoco esattamente sull'occhio del soggetto, una scelta che sembra facile e scontata, ma che in realtà non lo è: se si adoperano obiettivi di elevata luminosità massima, la profondità di campo nitido, cioè l'estensione della nitidezza prima e dopo il piano principale di messa a fuoco, può risultare anche ridotta a pochi centimetri; dunque la precisione deve essere molto elevata. Ne deriva che può essere opportuno che il fotografo ricorra a una focheggiatura manuale oppure, con l'autofocus, che lo punti sull'occhio, memorizzi elettronicamente la lettura, corregga l'inquadratura a piacere e infine scatti. Insomma, ogni fotografia deve essere ragionata.

A fuoco sì, ma dove?

Fanfara storica dei Bersaglieri. La messa a fuoco è stata fissata sulla drappella cremisi della tromba; le scritte sono leggibili. Il ruolo della fotografia in questo caso è di raccontare che la Fanfara è presente alla manifestazione.

Visualizza le foto

Fanfara storica dei Bersaglieri. Il fotografo ha modificato la messa a fuoco di soli dieci centimetri, puntando sull'occhio di chi suona. La fotografia è cambiata: racconta meglio l'impegno del musicista.

Quando si parla di messa a fuoco non si sottintende soltanto l'ovvia necessità di regolare bene l'obiettivo per ottenere la massima nitidezza. C'è dell'altro. Infatti la stessa scelta del punto di messa a fuoco, sulla scena, può davvero essere determinante per caratterizzare uno scatto. Facciamo un esempio, per spiegare di cosa si tratta e vedere come la semplice azione di modificare il piano di messa a fuoco ottimale riesca a cambiare il significato di una fotografia. Prendiamo in considerazione uno scatto a un bersagliere di una fanfara storica, mettiamo a fuoco la stoffa della drappella di una tromba, con ampia leggibilità dei particolari, in questo modo otteniamo una fotografia che dice che la "Fanfara – Magg. Vittorio Pozzi – Erba" è presente alla nostra manifestazione. Ora, cambiamo la messa a fuoco, spostandola sul viso del musicista: otteniamo un'immagine simile alla prima soltanto in apparenza ma, quanto al significato, profondamente differente: l'attenzione dell'osservatore si sposta sulla persona, sul suo impegno come musicista. La fotografia è "diversa" da quella precedentemente eseguita.

La precisione è importante

La messa a fuoco si rivela spesso più semplice se il soggetto non è troppo vicino al fotografo. Attenzione però: con soggetti in movimento è necessario comunque usare un tempo di scatto sufficientemente rapido per evitare il mosso.

Nelle riprese di reportage, ma anche in quelle di ritratto, si adoperano spesso e volentieri gli obiettivi zoom, cioè a focale variabile. Ma non basta. Per comodità del fotografo, e soprattutto per ottenere una prospettiva realistica che sia vicina a quella dell'occhio umano, in questi casi si scelgono spesso focali lunghe, quelle da teleobiettivo, ottenendo così risultati gradevoli e realistici. Ma attenzione: più ci si spinge verso l'impostazione "tele", più si limita l'estendersi della nitidezza in profondità, davanti e dietro il soggetto; quindi scegliere su quale punto del soggetto mettere a fuoco diventa sempre più importante ed è un punto distintivo dell'abilità del buon fotografo. L'evoluzione tecnologica ha fortemente migliorato l'elettronica dei sistemi autofocus, i quali, con il trascorrere degli anni, sono divenuti sempre più veloci e precisi. Esistono reflex digitali di altissimo livello che sono dotate di sistemi autofocus capaci di seguire l'azione di un atleta, in movimento anche rapido, a una velocità di raffica di oltre 8 fotogrammi al secondo. Al di là di questi casi limite, però, ciò che riteniamo sia importante sottolineare, anche in campo amatoriale, è che le prestazioni dell'autofocus, dunque la velocità e la prontezza di funzionamento, sono molto avvantaggiate dall'uso di ottiche di alta luminosità. Dunque, ricordiamo che con gli obiettivi più luminosi, anche se più costosi, le reflex digitali hanno significativi vantaggi, di comodità e chiarezza di inquadratura ma anche e soprattutto di velocità e precisione di autofocus.

Che cosa mettere a fuoco

Una situazione critica per qualsiasi dispositivo autofocus: la ripresa attraverso vetri. È il caso in cui è preferibile passare alla messa a fuoco manuale. Qui è raffigurata una processione al Santuario di La Verna, in Toscana.

Puntiamo la fotocamera verso il soggetto e lasciamo agire l'autofocus. Ma ci chiediamo: con quale criterio mette a fuoco? Tramite un sensore posto al centro del mirino. Questa soluzione, caratteristica nel caso di fotocamere di classe economica, incappa in alcuni inconvenienti: se si inquadrano due persone che conversano, infatti, ecco che l'autofocus sbaglia, legge in mezzo a loro e mette a fuoco il paesaggio lontano. I progettisti hanno rimediato a questo inconveniente preparando dispositivi automatici dotati di parecchi sensori e, soprattutto, legandoli a una logica elettronica appositamente programmata: un software che impone di bloccare automaticamente la messa a fuoco sulla parte del soggetto che appare più vicina al fotografo. Ciò nella convinzione che il particolare più prossimo, e quindi più evidente, nella scena sia normalmente quello più importante da fotografare.Questa soluzione è sicuramente valida, anche se non sempre, ed è stata affinata in alcune fotocamere. In particolare, è stata aggiunta una programmazione capace di percepire lo spostamento di un soggetto che entri in campo, ad esempio una bicicletta da corsa che si affaccia lateralmente nel mirino e, a fotocamera immobile, seguirlo mentre passa da una cellula autofocus all'altra, misurando e modificando continuamente la messa a fuoco dell'obiettivo. È una sorta di "autofocus dinamico", oggi molto apprezzato ad esempio da fotografi naturalisti impegnati a cogliere scene d'azione che siano molto rapide, dal ghepardo che insegue la gazzella, alla picchiata dell'aquila.

Operando in luce scarsa

Nel Sahara, a sud di Marrakesh. Un fuoristrada ci precede lungo la pista. Al tramonto, la scarsità di luce disponibile impone l'uso di sensibilità ISO elevate, necessarie per mantenere comunque un tempo d'otturazione rapido. Tale soluzione comporta però un aumento, anche sensibile, dei disturbi elettronici sull'immagine.

Mettere a fuoco con precisione, manualmente o con l'aiuto dell'autofocus, è importante e per raggiungere tale scopo a volte non bastano ottiche ad alta luminosità. Occorre, per scattare con tempi di otturazione sufficientemente rapidi, poter contare anche su di un'elevata sensibilità del sensore digitale. È la condizione indispensabile per consentire riprese di reportage, con luce ambiente, ad esempio al crepuscolo, oppure di soggetti in movimento. La fotografia digitale offre una comodità in più, quella di poter variare la sensibilità (ISO) anche da uno scatto all'altro. Anziché scattare con la fotocamera impostata su 80 o 100 ISO si può fotografare a 400 ISO, 800 ISO, 1.600 ISO e in qualche caso anche a 3.200 ISO. Aumentare però la sensibilità significa, elettronicamente, forzare l'amplificazione dei dati in uscita dal sensore. Ciò comporta il rischio di veder comparire disturbi elettronici: puntini rossi o blu, accentuazione di un effetto di granulosità, che possono disturbare molto la resa dell'immagine. In questi casi il calo di nitidezza non è colpa di una messa a fuoco imprecisa ma, semplicemente, della modalità di realizzazione della ripresa.

C'è anche il fuorigioco

A volte le persone non gradiscono di essere riprese per i più diversi motivi, magari legati a convinzioni religiose o semplicemente ad aspetti di privacy. D'altro canto, il fotografo può trovarsi nella necessità di scattare comunque, per raccontare. Si gioca allora sulla sfocatura o sul mosso: è quanto serve per ridurre la leggibilità ma conservare il sapore della scena, come accade qui, in una strada di Marrakech.

Una perfetta messa a fuoco è importante, sia sul piano tecnico (massima nitidezza) sia sul piano espressivo (capacità di raccontare bene una storia fotografica). Non si deve però dimenticare che il piano di nitidezza non è assoluto. Infatti, ogni obiettivo offre una determinata profondità di campo nitido davanti e dietro il punto di migliore messa a fuoco. Una nitidezza che sfuma progressivamente in un effetto di sfocatura. Ed ecco un aspetto curioso: spesso si dimentica che l'entità della sfocatura è una caratteristica tipica di ciascuna ottica. Come dire: si sa che la profondità di campo nitido è vincolata da rigide formule matematiche ma spesso si sottovaluta che contano anche la progettazione dell'ottica e la meccanica del diaframma ad iride in essa incorporato. Obiettivi da riproduzione, nati per arti grafiche, sono normalmente nitidissimi su di un piano ma alle spalle di esso crollano, con una sfocatura evidentissima; altri, ad esempio tipicamente da ritratto, offrono una resa morbida e una sfocatura progressiva. I progettisti hanno accertato che le ottiche dotate di un diaframma con foro perfettamente circolare mantengono una maggiore leggibilità, e un contrasto più alto, nelle zone fuori fuoco. La nitidezza nello sfocato è divenuta, soprattutto negli ultimi tempi, un elemento distintivo di molte ottiche di alta qualità.

Interventi digitali

Volo di linea verso l'Africa. Si sorvola lo stretto di Gibilterra.

Visualizza le foto

Lo scatto dall'aereo viene corretto. Non viene modificata la messa a fuoco, sempre su infinito. Grazie a un semplice intervento digitale vengono piuttosto accentuati il contrasto e ridotto il velo atmosferico azzurro. La lettura dell'immagine migliora immediatamente.

Il vetro del finestrino e l'umidità diffusa impediscono una perfetta visione del paesaggio. La messa a fuoco dell'obiettivo è fissata in posizione di infinito.

Scattiamo una fotografia a un panorama molto ampio ma otteniamo un'immagine velata dalla foschia. Oppure scattiamo attraverso un finestrino, ad esempio di un aereo, e notiamo che il vetro ci fa perdere contrasto in un modo molto consistente. Esiste un modo, per rimediare? Sì, basta intervenire con un poco di fotoritocco; il segreto è intervenire dapprima riducendo la dominante di colore, ad esempio attivando il canale dei colori ciano e blu e abbassando l'intensità delle tinte con il comando della saturazione, per poi recuperare la vivacità della scena alzando la taratura della maschera di contrasto, una funzione che aumenta l'impressione di nitidezza della foto. I risultati, soprattutto quelli ottenuti su immagini che appaiono in partenza molto compromesse, come accade spesso ad esempio nelle foto ricordo scattate dal finestrino di un aereo, possono piacevolmente stupire.

< Sfoglia le altre lezioni della settimana >