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Gli astronauti di Artemis II e il metodo insolito per scattare foto alla Luna: il modello gonfiabile

Redazione MediaWorld16 APRILE 2026

Le spettacolari foto scattate durante l’ultima missione Artemis II sono diventate virali. Ma per farle i 4 astronauti si sono allenati a Terra con attrezzature e una Luna finta.

Partire per una missione spaziale richiede una preparazione lunghissima per gli astronauti, su più fronti: allenamento fisico per affrontare i cambi di gravità, preparazione tecnica per gestire i sistemi complessi a bordi e anche psicologica per saper fronteggiare situazioni come isolamento e vita in ambienti estremi. Nel caso di Artemis II, la missione spaziale rientrata lo scorso 11 aprile dopo il “flyby” intorno alla Luna, gli astronauti hanno dovuto affrontare un allenamento anche per riuscire a scattare fotografie nello spazio. Dopotutto, la raccolta dei dati scientifici passa anche per gli scatti. Scatti meravigliosi della Luna e della Terra visti in orbita che hanno fatto il giro del mondo e sono diventati anche sfondi ufficiali della NASA.

L’allenamento degli astronauti per fare foto nello Spazio con una Luna finta

A descrivere la parte dell’addestramento fotografico è proprio Victor Glover, il pilota della missione Artemis II, in un’intervista alla NASA. Dal suo racconto emerge come l’equipaggio abbia dovuto seguire circa 20 ore di addestramento fotografico specializzato prima del lancio. Seguiti da due istruttori professionisti, Reid Wiseman, Victor Glover, Christina Koch e Jeremy Hansen hanno dovuto imparare come scattare fotografie in condizioni decisamente singolari come la microgravità, ma anche la vita in orbita caratterizzata da spazi ristretti e difficoltà nei movimenti. Per farlo, racconta Glover, è stata ricreata una Luna finta gonfiabile, che è stata appesa al centro in una stanza buia. Questo scenario serviva a ricreare più o meno fedelmente le condizioni in orbita, in modo che gli astronauti sapessero come muoversi per scattare foto.

L’obiettivo non è solamente fare dei bei scatti, ma portare a casa e a Terra foto che avessero anche un alto valore scientifico e utili quindi ai fini della ricerca. «Attraverso simulazioni realistiche, l’addestramento ha trasformato la nostra percezione del satellite», ha spiegato Glover, «Ne abbiamo compreso la geologia e i dettagli della superficie per lavorare al meglio in quei 45 minuti di massima vicinanza». Soprattutto considerando che è difficile ottenere una seconda possibilità nello Spazio: le occasioni in orbita sono irripetibili. Una determinata angolatura, una precisa prospettiva, l’angolazione perfetta potrebbero non capitare mai più. L’acquisizione di immagini di qualità e valide dal punto di vista scientifico, quindi, è una skill fondamentale per gli astronauti che partono per le missioni. Per questo motivo la formazione a Terra è un prerequisito fondamentale.

Un vantaggio delle esplorazioni spaziali contemporanee è sicuramente l’evoluzione tecnologica. A differenza delle missioni Apollo, ad esempio, la fotografia digitale ha permesso ai membri dell’equipaggio di rivedere immediatamente le immagini scattate, in modo da poterle ripetere o correggere in tempo reale eventuali errori. Ma con cosa sono state scattate le immagini che hanno fatto la Storia e il giro del mondo?

Per prima cosa, sono state utilizzate delle fotocamere reflex digitali appunto: che già da anni durante svariati test in orbita si sono rivelate un ottimo alleato. Grazie ai loro sensori e componenti elettronici che sono abbastanza robusti da sopportare le radiazioni e la possibilità di usare ottiche luminose permette di catturare più luce, un requisito fondamentale quando si è in orbita dove i contrasti sono estremi e alcune zone sono buie. Per Artemis II, la Nikon D5 è stata la macchina prescelta.  A questa si è aggiunto un dispositivo che conosciamo benissimo anche a Terra: l’iPhone 17 Pro Max, apprezzato per la rapidità di scatto.